IL DIRITTO UMANITARIO: L’URGENZA DI AGIRE.

IL DIRITTO UMANITARIO: L’URGENZA DI AGIRE.

I giorni si aprono aggrappati alla speranza che i nostri collaboratori e collaboratrici della Striscia di Gaza, così come le famiglie con cui lavoriamo, siano vivi. Che arrivi un messaggio, un cenno, un qualsiasi cenno che confermi  che sono in salvo.

Sono persone che amano la vita, che si dedicano con passione al loro lavoro, che credono nell’importanza di una educazione di qualità e inclusiva, che promuovono lo sviluppo sociale e economico delle loro comunità, nonostante siano costretti a vivere in una prigione a cielo aperto.

È giusto ricordare cosa è Gaza, cosa è diventata negli ultimi 16 anni, il tempo di quasi due generazioni, per comprendere cosa sta succedendo. Per comprendere  e senza per questo per nulla giustificare i terribili atti terroristici compiuti dai miliziani di Hamas e per comprendere l’impatto degli indiscriminati bombardamenti che ancora una volta, ma con una violenza mai sperimentata prima, la stanno di fatto distruggendo pezzo per pezzo. 

Gaza è un fazzoletto di terra di 40 chilometri di lunghezza e al massimo 12 di larghezza. Gaza da 16 anni è stata sigillata dentro confini controllati da Israele e a sud anche dall’Egitto: un muro di separazione corre lungo i margini di terra, una linea di navi militari sul mare. Il muro si apre solo in tre punti: uno a nord, Erez, passaggio per le persone, controllato dalle forze israeliane; uno a ovest (Karem Shalom) passaggio solo per le merci, controllato dalle forze israeliane; uno a sud (Rafah) passaggio per le persone controllato da Israele e dall’Egitto. Senza permessi a Gaza non si entra, non si esce e non entrano e non escono beni e merci.

Dentro questo fazzoletto di terra, chiuso e controllato da terzi, vivono circa 2.300.000 persone. Una popolazione composta per oltre il 55% da bambini e bambine, ragazzi e ragazze minori di 18 anni. Gli altri sono maestre, avvocati, muratori, commercianti, insegnanti, operai, casalinghe, medici, taxisti, sarte, parrucchieri, fotografi, architetti, contabili, artiste, agricoltori, allevatori, disoccupati…insomma, persone, come in tutto il resto del mondo. Con una differenza: sono persone nate e cresciute, o che si sono trovate, letteralmente in una gabbia. Sono loro ad essere esposti ai bombardamenti, che colpiscono tutti indistintamente: bambini e bambine, donne e uomini, persone anziane con disabilità.

In Vento di Terra crediamo che equiparare tutta la popolazione di Gaza al terrorismo sia una forzatura scorretta e ingiusta, utile solo ad una certa propaganda. Ancora una volta, l’ennesima in 16 anni di chiusura totale,  viene esercitata la punizione collettiva su tutti i civili di Gaza, in piena violazione del diritto umanitario internazionale.

A Gaza a partire da sabato 7 ottobre sono state bombardate strutture e mezzi di soccorso sanitario, scuole che davano rifugio alle persone sfollate, divelte strade, bombardati a tappeto interi quartieri. Sono stati completamente chiusi i valichi per il passaggio delle merci e delle persone. È stata interrotta la fornitura di energia elettrica, colpita l’unica centrale elettrica della Striscia. A Gaza l’acqua non è potabile. Per bere è necessario comprarla dai camion cisterna, che tuttavia non possono entrare, così come le medicine e il cibo.

La popolazione civile è allo stremo. È attaccata dal cielo e dal mare. Non ha elettricità, non ha acqua, comincia a non avere cibo. Gli ospedali che riescono a funzionare sono al collasso. Troppi i feriti e troppo difficile accoglierli e raggiungerli tutti. Le persone non possono cercare rifugio. I bombardamenti a tappeto si svolgono di quartiere in quartiere. Ci arrivano immagini, e racconti, di aree che vengono prese di mira e bombardate fino a che non ne rimane nulla. Le persone non vengono nemmeno più avvisate. Intuiscono che toccherà a loro quando le bombe cominciano ad essere vicine, a 250 metri di distanza. Come Mohammed, il nostro coordinatore locale, ingegnere aziendale, che ci ha raccontato della sua casa di momento in momento sempre più esposta alle deflagrazioni intorno. Tremano i muri, crollano i vetri. Strilla la bimba di un anno. Scappano in tempo, per fortuna. Contribuiscono a formare quel numero già enorme, oggi di oltre 340.000 persone, sfollate interne, numero che continuerà ad aumentare. Anche le insegnanti d’asilo della Terra dei Bambini hanno lasciato le loro case al villaggio e si sono rifugiate in una scuola UNRWA in un campo profughi dell’area. Dicono che quello è il posto a loro assegnato per essere sicuri. Sono in 20 famiglie per ogni classe. Ammassati, sono senza acqua potabile. Intorno le bombe sempre più fitte, e tra loro l’ unica forza è stringersi e stringere i bambini per sopravvivere e sperare di trovarsi vivi ora dopo ora.

Come Vento di Terra sentiamo il dovere morale di richiamare l’attenzione dei nostri governi perché sia fatto il massimo sforzo per attivare la diplomazia internazionale e fermare tutto questo. Condanniamo l’uso della violenza, da ogni parte venga perpetrato. Siamo testimoni delle violazioni dei diritti umani e chiediamo che questi vengano messi invece al primo posto, da una parte e dall’altra.

Crediamo che sia tempo di parlare e agire per una pace giusta e duratura, da costruire sporcandosi le mani, facendo scelte difficili e forse scomode, mettendosi in mezzo, lasciando da parte gli estremismi, cercando soluzioni e mediazioni tra tutte le parti in campo. 

Chiediamo che siano condannati e fermati da ogni parte gli attacchi terroristici e la violenza contro i civili.

Chiediamo che a Gaza vengano immediatamente cessati gli attacchi indiscriminati, che siano liberati gli ostaggi, e che sia garantito a tutti i civili supporto medico e materiale, fornito da organismi internazionali neutrali e forze intermedie di pace.

Chiediamo l’attivazione immediata di corridoi umanitari, che permettano alla popolazione civile di mettersi in salvo, avere riparo e assistenza.

Chiediamo con forza il rispetto del diritto internazionale e delle tante risoluzioni delle Nazioni Unite emanate e mai messe in pratica. Tra queste ricordiamo quelle contro l’ampliamento e la costruzione di nuove colonie in territorio palestinese, o contro la costruzione del muro di separazione, che nel tentativo di proteggere un popolo, hanno sottratto all’altro la libertà, agendo uno stillicidio continuo che ha eroso ogni più basilare diritto umano.  È tempo di comprendere che la storia degli ultimi 70 anni, con le scelte politiche fatte in quel territorio e a supporto di quel territorio, sono state un grande fallimento e che altre strade devono essere trovate. Chiediamo quindi che venga fermata la violenza senza controllo dei coloni nella Cisgiordania, le politiche di chiusura, uccisione e arresto arbitrario, tutte azioni già da anni oggetto di osservazione e denuncia da parte della comunità internazionale eppure via via divenuti più forti e “legittimi”.

Chiediamo alla stampa di agire con correttezza e giustizia. Consigliamo di sentire più voci utili a comprendere la genesi di questa tragedia, e tra queste quelle di palestinesi critici e attenti analisti della propria politica interna e degli israeliani capaci, da ebrei, di prendere posizione denunciando la politica scellerata che ha via via generato le condizioni per una crisi così ampia come quella attuale.

Chiediamo, come organizzazione della società civile e non governativa, che gli investimenti in cooperazione siano garantiti nel rispetto della trasparenza e universalità dell’aiuto.

Oggi ci chiediamo cosa sarà Gaza, cosa dobbiamo ancora attendere o vedere perché tutto questo venga fermato con un atto dovuto e forte di diplomazia internazionale, una diplomazia capace di astenersi da facili faziosità e mettersi in gioco per l’interesse effettivo delle persone civili che abitano quei territori e per l’equilibrio mondiale che ne scaturisce.

Chiediamo a tutti e tutte, donne e uomini che agiscono a livello diplomatico, nel giornalismo, nella società civile, di essere e rimanere umani e agire ogni sforzo possibile per mettere la parola fine a questa tragedia.

foto: courtesy Sabi Abuomar

DONA ORA