Gideon Levy – pubblicato su Haaretz – foto: REUTERS/Mohammed Salem

Il cielo si è oscurato e tutto si sta chiudendo intorno a noi. Semplicemente il destino, dio o il forgiatore della storia stanno ridendo di noi dall’alto, con una risata amara ed ironica. Ironia del destino: per la prima volta Israele sta provando qualcosa di simile all’inferno che sta somministrando da decenni ai suoi sottoposti. Ad una velocità allarmante gli israeliani si sono trovati in una realtà ben nota a qualunque ragazzo palestinese.

Persino le parole sono state mutuate dall’occupazione: Israele sta per entrare in isolamento, l’esercito sta requisendo gli alberghi, il servizio di sicurezza Shin Bet sta entrando nei nostri cellulari e la polizia di frontiera con i suoi checkpoint è dietro l’angolo. Non è una coincidenza che l’analista militare di Haaretz sia stato reclutato come analista del coronavirus. In un paio di giorni Tel Aviv assomiglierà a Jenin e Israele sembrerà la Striscia di Gaza. Ciò che là è una realtà quotidiana, qui è diventata una terrificante distopia.

Ovviamente le differenze sono tante. Ciò che per noi è la fine del mondo, potrebbe essere per loro un alleggerimento del blocco, con la pandemia che incombe su tutti. Eppure non possiamo non meravigliarci delle somiglianze. Anzitutto lo stato d’assedio. I cancelli sono praticamente chiusi. Nessuno esce o entra. Pensate a Gaza per 14 anni consecutivi. Giovani che non hanno mai visto un aereo passeggeri, persino adulti che non sono mai stati in un aeroporto, né hanno mai sognato una vacanza all’estero. Gli israeliani trovano la vita difficile senza l’aeroporto Ben-Gurion anche solo per un momento. I gazawi non sanno di una vita che contempli viaggi all’estero. In quale luogo esiste? Come è?

Sta arrivando ‘Passover’ (o Pesach, pasqua ebraica, che dura 8 giorni, ndtr.) e i bambini e i loro genitori diventeranno matti senza gite, centri commerciali, crociere, acquisti da Disney o nei duty-free. I gazawi non hanno idea di che cosa significhi tutto questo. Loro conoscono i coprifuoco, che a volte durano mesi, quanto dura un’intifada. Conoscono coprifuoco con tanti bambini e poche stanze, con i carri armati fuori e la paura dentro. Immaginate la polizia di frontiera che pattuglia le strade controllando documenti e erigendo checkpoint.

In Israele le forze di sicurezza si comporteranno come baby sitter in confronto al loro comportamento brutale nei territori (palestinesi occupati, ndtr.), eppure ci risulterà insopportabile. Quanto è più facile quando il poliziotto è uno dei vostri e lo Stato è il vostro Stato. Quanto è amaro e duro quando sono stranieri, invasori, occupanti. Eppure ci troveremo a provare un po’ di che cosa si tratta.
Arriveremo anche a provare il gusto del tempo perso, il tempo palestinese, dove tu esci di casa e non sai quando o se arriverai a destinazione. Vai all’università ma non sai quando e per quanto tempo chiuderà. Hai un lavoro, ma tenti inutilmente di recarti sul posto di lavoro.

Anche la situazione economica diventerà più simile. Abbiamo già 100.000 nuovi disoccupati – persone che hanno perso il lavoro, l’attività, il loro intero mondo. Almeno per il momento sembra loro di non avere futuro né presente, che tutto sia andato in fumo. Come faranno a pagare le bollette e a nutrire i loro figli? Ma questa è la quotidianità sotto l’occupazione, la realtà da decenni. Restare a casa arrampicandosi sui vetri per mesi è normale nei territori.

Lo Shin Bet dice che utilizzerà “misure digitali”. Non fate ridere i palestinesi. Quello è il modo più umano in cui vengono trattati dal servizio di sicurezza. Lasciamo che lo Shin Bet faccia intercettazioni e tracciamenti, solo smetta di torturare, estorcere e stuprare. Nei territori lo Shin Bet sa sempre tutto, dovunque, senza limiti legali. Le critiche alla violazione della privacy in Israele possono solo far ridere i palestinesi – proprio come l’immagine degli ufficiali del Comando Regionale dell’Esercito che fanno irruzione in un albergo. Quanti alberghi nei territori sono stati requisiti dall’esercito e trasformati in quartieri generali?

Ci sono comunque delle differenze. Anche al culmine della pandemia gli israeliani non saranno umiliati o picchiati di fronte ai loro figli o genitori. Le loro case non saranno invase nel mezzo della notte, ogni notte, per condurre una perquisizione brutale e senza scopo. Nessuno li butterà giù dai loro letti.

Anche nella peggiore delle distopie non ci si aspetta che i cecchini sparino alle ginocchia dei manifestanti per divertimento. Le nostre case non saranno bombardate né i nostri campi irrorati. E’ solo un assedio temporaneo, con lo Shin Bet che intercetta e la polizia di frontiera che pattuglia, il sogno di ogni palestinese che sogna una vita migliore.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

Gideon Levy (Tel Aviv, 1953) è un giornalista israeliano. Dal 1982 scrive per il quotidiano israeliano Haaretz e dal 2010 anche per il settimanale italiano Internazionale.