Lo scorso 23 gennaio il Parlamento Italiano avrebbe dovuto esprimersi in merito al riconoscimento dello Stato di Palestina. Un voto posticipato alla imminente elezione del Presidente della Repubblica, che potrebbe arrivare il prossimo 19 febbraio

Ora che il nuovo Presidente della Repubblica è stato eletto, i deputati italiani dovranno riprendere in esame la questione, e nelle prossime settimane, dopo i Parlamenti di ormai buona parte dell’UE, anche l’Italia dovrà scegliere se mantenere lo status quo o intraprendere quel percorso di giustizia ed equilibrio che, pur con difficoltà e contraddizioni, sembra aver trovato spazio anche in Europa.

In attesa del voto, continuano gli appelli della società civile – gruppi, associazioni, realtà sindacali, singoli cittadini – per spingere il Parlamento a compiere questo passo. Centinaia di voci che si levano per chiedere che il diritto venga riconosciuto, che la Palestina venga ufficialmente considerata quello che, di fatto, già è.

Massimo Annibale Rossi, Presidente dell’ONG Vento di Terra, è una di queste voci. Da tempo impegnata nella striscia di Gaza, Vento di Terra ha subito un durissimo colpo la scorsa estate, durante l’operazione di guerra “margine protettivo”. Il centro “La Terra dei Bambini”, costruito dalla ONG nel villaggio di Um Al Nasser per supportare la popolazione attraverso un asilo, un centro pediatrico e una mensa comunitaria, è stato raso al suolo dai bulldozer israeliani.

Una notizia che ha molto colpito, ma alla quale la politica italiana non ha mai saputo reagire come sperato dalla Ong, visto che il progetto «La terra dei bambini», era stato finanziato principalmente con i fondi del Ministero degli affari esteri italiano, dell’Unione europea, e della Conferenza episcopale italiana.

Su questo tema nel luglio scorso il Movimento 5 Stelle ha presentato due interrogazioni (Una presentata in commissione da Stefano di Manlio il 22 luglio e una da Giorgio Sorial Girgis il 28 luglio) in cui si riportava la richiesta di Vento di Terra di

realizzare gli opportuni passi verso il Governo Israeliano perché renda conto di un’azione gravissima che coinvolge, oltre la comunità locale, direttamente il Ministero stesso, l’Unione europea e la Cooperazione italiana, che il progetto hanno finanziato e sostenuto in questi anni

La risposta all’interrogazione è arrivata il 31 ottobre scorso, a firma di Lapo Pistelli, vice ministro Affari esteri e cooperazione:

«L’ambasciatore d’Italia a Tel Aviv ha più volte protestato con le autorità israeliane per la distruzione da parte dei loro bulldozer dell’asilo costruito grazie alla nostra cooperazione. Le autorità israeliane hanno espresso profondo rincrescimento per la circostanza, formulando l’intenzione di promuovere l’indagine – già in corso – su quanto avvenuto. Le autorità israeliane hanno altresì rammentato di essere «solo metà della causa», richiamando l’elevata incidenza di utilizzo da parte di Hamas di strutture comunitarie quali moschee, scuole o ospedali per scopi militari o come magazzini per armamenti. Hanno comunque precisato che anche se «queste cose richiedono tempo, soprattutto in frangenti come quello attuale», hanno garantito una risposta non appena possibile. Il nostro ambasciatore ha anche sollevato la questione con il Cogat (l’organismo delle Forze Armate che gestisce l’amministrazione civile nei territori), che sarà poi preposto a compiere l’indagine e ha ricevuto l’assicurazione di un’ampia collaborazione nei tempi più rapidi consentiti dalla situazione di emergenza.
Secondo una preliminare analisi giuridica di questo ministero, in pendenza, comunque, di una precisa ricostruzione della vicenda, eventuali pretese risarcitorie da parte italiana sarebbero condizionate, in primo luogo, dalla dimostrazione dell’esistenza di un titolo giuridico sull’edificio demolito (ad esempio, di proprietà), che non sembra tuttavia esistere. Gli studi condotti in proposito dall’Unione europea sembrano parimenti orientarsi in tal senso. Anche se si riuscisse a dimostrare la titolarità, da parte italiana, di un diritto sull’edificio demolito, rimarrebbe il problema dell’individuazione del giudice innanzi al quale far valere le eventuali pretese, questione che appare molto delicata per molteplici considerazioni di diritto internazionale».

Nonostante la risposta si chiudesse con:

“Naturalmente, questo non esclude che, sul piano politico, si possa addivenire a posizioni diverse, che consentano di far valere le ragioni italiane.”

Queste “posizioni diverse” non sono mai state prese e Vento di Terra sta ad oggi cercando, con una campagna mirata, di ripristinare il progetto e i servizi di supporto psicosociale alla popolazione di Um al Nasser, ma è soprattutto una mancanza di azione della politica italiana a pesare.

Proprio per questo, Massimo Annibale Rossi ha deciso di lanciare un appello per la campagna #Italy4Palestine. Un appello per far seguire alle “tante parole” del nostro Parlamento qualche simbolico, ma importantissimo fatto.

Autrice: Ilaria Brusadelli
Articolo pubblicato su Q Code Mag 

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