L’anno 2013 ha visto un forte incremento di rifugiati siriani in Giordania: si stimano 250mila ingressi tra gennaio e ottobre 2013, con un afflusso che oggi arriva a mille nuove persone al giorno.
Circa il 20% dei rifugiati risiede nei campi profughi, dove vengono censiti e ricevono una tessera per cibo, acqua, assistenza medica e scolastica, gli altri sono sparsi in campi “informali”, disseminati tra la frontiera siriana e la Valle del Giordano.
Il campo profughi più grande è quello di Zaatari, nella provincia di Mafraq, a nord della Giordania, amministrato da un dipartimento governativo, con il supporto di Unhcr, agenzia Onu per i rifugiati. I militari ne presidiano l’ingresso e il campo è circondato da trincee e da torri di guardia. Gli abitanti denunciano soprusi, violenze, stupri. Secondo l’Unhcr – Zaatari Governance Plan giugno 2013 – “bande organizzate hanno imposto la loro volontà su quartieri del campo, deviando l’assistenza e realizzando attività criminali”.
Nonostante il divieto del Governo giordano di abbandonare i campi, molti profughi sono fuggiti, per cercare condizioni migliori di vita e la possibilità di un lavoro. Si sono così creati i cosiddetti “campi informali”: si stima che siano circa 3mila-5mila i profughi siriani che vivono in assembramenti non autorizzati, in genere di 50-100 persone.
La maggioranza delle famiglie risiedono in tende o rifugi di fortuna, rinforzati con legno, sacchi di juta e plastica. I contadini siriani si offrono per un salario minimo e il diritto di accamparsi nel terreno degli agricoltori. Così ecco spuntare tende a fianco di serre e campi coltivati. Non hanno documenti validi, non hanno permesso di lavoro, sono disponibili ad accettare qualunque condizione. Costruiscono forni di argilla, tende resistenti, tessono tappeti, coltivano orti e migrano. Si spostano in funzione del clima e delle opportunità: d’inverno nella valle, d’estate sull’altopiano.
Il problema più acuto dei campi informali riguarda i servizi: avendo abbandonato il campo, hanno perso ogni diritto di accesso ai servizi medici e scolastici. I bimbi non vanno a scuola, i malati sono privi di assistenza. L’acqua viene distribuita solo da venditori privati, che ne detengono il monopolio: la scarsa qualità di stoccaggio di acqua è un pericolo per la salute pubblica, in particolare per i bambini che sono i più esposti a malattie di origine alimentare.
Hanno bisogno soprattutto di generi di prima necessità: vestiti, coperte, materassi, cibo, medicine…

Le ferite sono evidenti sui corpi e nello spirito. – racconta Massimo Annibale Rossi, presidente di Vento di Terra – Ahmed è padre di quattro bimbi. Sua moglie lo veglia con amore da mesi. Dorme pochissimo e passa le giornate rannicchiato sulla sua stuoia. Ogni tanto ha dei raptus violenti, per poi ritirarsi nel suo abisso di silenzio. Ahmed viveva a Daraa, in un sobborgo passato di mano più volte dai governativi agli insorti. I governativi hanno occupato la sua casa. È stato accusato d’aver collaborato con il nemico e torturato per tre giorni. Casi di trauma da guerra sono frequenti soprattutto tra i bambini. Fanno parte di famiglie le cui case si sono trovate in mezzo ai combattimenti, a volte per settimane. La sindrome più comune è l’agorafobia. Hanno il terrore di uscire allo scoperto, non riescono a socializzare, soffrono di enuresi. Comune è la sensazione che il mondo sia divenuto una minaccia, che il dolore si nasconda in ogni piega dell’esistenza.

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