Nella terra di nessuno, a confine tra Siria e Giordania, le condizioni di vita sono al limite del vivibile e i bambini sono i primi a farne le spese

A metà gennaio i giornali hanno dato notizia della morte per freddo di 15 bambini siriani (qui l’articolo ANSA). Si tratta di un fatto inconcepibile, soprattutto in una fase caratterizzata dalla fine dei combattimenti in gran parte del paese. Uno dei luoghi ove si muore è il campo di Rukban, situato all’estremo est del confine della Giordania con la Siria, nella provincia di Mafraq, dove Vento di Terra opera.

Si tratta di un insediamento spontaneo, ampliatosi a partire dall’estate 2015, quando il Governo giordano ha dichiarato la propria indisponibilità ad accogliere nuovi profughi. Le famiglie siriane in fuga dalla guerra e provenienti da nord si sono trovate allora il valico di Mafraq chiuso. La maggior parte di loro aveva perso ogni avere durante il viaggio, a causa delle vessazioni delle milizie, dei bombardamenti e degli assalti dei predoni, trovandosi in una situazione di assoluta indigenza. Molti decisero di percorrere il confine in pieno deserto verso est, in cerca di un passaggio verso la Giordania. Ciò che non sapevano, è che in quella zona operavano unità dell’Isis e che il confine era interamente presidiato dall’esercito giordano. Si formarono allora il campo di Rukban e, più a ovest, quello più piccolo di Hadalat, chiuso lo scorso anno.

Rukban, situata a 7 chilometri dal confine con l’Iraq, è giunta ad ospitare in condizioni limite 75 mila persone (fonte Human Right Watch) ed è rimasta isolata fintanto che alla Croce Rossa internazionale e alle agenzie ONU non è stato possibile intervenire dall’esterno. Dal lato siriano, il campo è stato posto sotto assedio fino lo scorso ottobre, quando il governo di Damasco ha dato il via libera all’invio dei convogli umanitari. Vento di Terra ha seguito la vicenda dei campi blindati dal 2015. Le foto satellitari testimoniavano una progressiva crescita dei ripari di emergenza costruiti dai profughi. In quel periodo Melissa Fleming, portavoce UNHCR, lanciò un appello affinché alla gente di Rukban fosse concesso entrare in Giordania. Il rapido deterioramento delle condizioni nei campi era dovuto alla penuria di cibo e acqua potabile, ma soprattutto alle condizioni ambientali limite e alla mancanza di ripari adeguati. Rukban, che ancora oggi ospita 50 mila persone, sorge in una remota area desertica ove la temperatura scende sotto lo zero d’inverno e diviene torrida in estate, caratterizzata da assoluta mancanza d’acqua.

Vento di Terra ha preso contatto con il campo di Hadalat nel 2017, verificando la gravità della situazione. In seguito si è unita alle organizzazioni operanti nell’area per sollecitare l’apertura di corridoi umanitari, ha presentato proposte d’emergenza e lanciato appelli, ovviamente caduti nel vuoto. La speranza è che non si attenda oltre per trarre in salvo i civili intrappolati tra immaginarie linee di confine nel deserto.

testimonianza di Massimo Annibale Rossi
operatore umanitario e co-fondatore di Vento di Terra