Il viaggio di Marco nella Terra dei Bambini, per documentare la situazione delle famiglie colpite dall'ultima guerra. Ecco la sua testimonianza!

Parlare in maniera lucida della Striscia di Gaza dopo esserci stato solo sette giorni ed esser tornato da neanche una settimana, è quasi impossibile. Riuscire ad esprimere alcune emozioni, sensazioni, stati d’animo o semplicemente cercare di descrivere quello che si è visto e vissuto solo con le parole, è materia per letterati, non per il sottoscritto.
Tuttavia c’è una sensazione, la più forte avuta quei giorni a cavallo tra il vecchio 2014 e il nuovo 2015, che oggi riesco a percepire forte e potente e su cui mi soffermerei: una positività quasi accecante risultato di un’altalena di emozioni, ansie e serenità, sorrisi e sofferenze, vita e morte. Ma soprattutto, di nuovo e sempre più potente: vita.
Ho passato la maggior parte del mio tempo a riprendere e fotografare bambini, donne e uomini, villaggi, macerie, distruzione e ricostruzione. E riflettevo su quello che stavo vedendo e vivendo.
Eppure le immagini che avevo ed ho davanti a me sono solo quelle difficilmente descrivibili degli occhi dei bambini, dei loro sguardi che incrociavo quasi tutti i giorni ne ‘la terra dei bambini’.
Erano gli stessi occhi vogliosi di vita, speranzosi, spensierati e scanzonati dei bambini di un asilo italiano o dei figli e delle figlie dei miei amici.
Erano gli stessi bambini, nati per loro sfortuna in un posto dove crescere è decisamente più complicato perché i grandi fanno giochi brutti e non pensano a loro.
Ho incontrato e parlato con tanta gente nella Striscia e mi capitava spesso di fare domande sul futuro, su quali fossero le prospettive di lì agli anni a venire e cosa avrebbero auspicato per i loro figli. Beh, la risposta era sempre la stessa, in inglese, quasi uno slogan: “No Future”.
In assoluto la sensazione più triste che mi capitava di provare era quando ricevevo questa risposta. Ma purtroppo non potevo non comprenderne le ragioni.
Poi però ho capito che avevo un antidoto per combattere quella sensazione di tristezza, così ogni volta che ricevevo quella risposta pensavo alla terra dei bambini e speravo: magari è in atto un cambiamento ma nessuno se ne sta rendendo conto, perché si dà sempre troppo poco credito ai più piccoli.

Sogno di ritornare ne ‘la terra dei bambini’ un giorno per vederci giocare assieme i piccoli di Um al Nasser con i bimbi israeliani della vicina ma lontanissima Ashqelon.

Marco Rossi
volontario Vento di Terra ONG

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