Un'esperienza unica con Vento di Terra in Palestina e Giordania, raccontata dai viaggiatori

Durante i viaggi solidali di Vento di Terra in Palestina si vivono incontri molto emozionanti e profondi con la popolazione locale, nei villaggi, nelle loro case, seduti intorno allo stesso cibo, ascoltando le loro storie e condividendo momenti unici insieme. E’ solo in questo modo che è possibile iniziare a comprendere la situazione dei palestinesi e dei beduini palestinesi. Un viaggio toccante che rimane dentro ogni viaggiatore per lungo tempo, così come ci racconta Lucia nel suo diario di viaggio, agosto 2017:

“Torniamo a Gerusalemme, è l’ultima sera. “E’ l’ultima cena”, scherziamo, avviandoci verso il ristorante.
Con noi, mentre facciamo un brindisi, ci sono tutte le persone che abbiamo incontrato.
In noi hanno preso posto tutti i visi e tutte le storie.
Tutte le voci hanno occupato un pezzo molto speciale del nostro cuore.
E aspettano solo che noi le facciamo uscire.”

Eccone un estratto:

5 Agosto
Oggi abbiamo speso la giornata ad Hebron. E’ una grossa città in area A e B, con enormi problemi di convivenza tra la maggioranza araba e un pugno di coloni ebrei che si sono installati nelle vicinanze del centro abitato e, piano piano, sono arrivati fino al cuore del paese. All’interno della città vecchia -bellissima e desolata- vivono infatti 400 coloni, protetti da circa 2000 soldati. Il centro storico racchiude dei tesori di valore inestimabile, dal punto di vista culturale e anche simbolico, dal momento che si pensa sia proprio questo il luogo in cui fu seppellito Abramo.
Passeggio nel suq arabo semi abbandonato, su cui piove ogni giorno l’immondizia gettata dai coloni che hanno occupato le case sopra alle antiche vie del mercato. Mi chiedo cosa spinga un ebreo ad andare a vivere ad Hebron, da dove nasca questo disprezzo nei confronti dell’altro, come si possa sopportare una vita vissuta comunque in un ghetto, protetti da ragazzi armati che vorrebbero essere ovunque, tranne che qui.
“La pace non può essere mantenuta con la forza”, recita uno dei graffiti sul muro di separazione a Betlemme. E’ vero. Quella che è mantenuta dai soldati non è pace, ma rabbia repressa, odio sprezzante, frustrazione che fa nascere altra violenza.
La sensazione di disagio si scioglie a casa di Abu Abdallah, produttore dei famosi sandali “Peace steps”, che ci accoglie con grandi sorrisi, molti figli, molte sigarette e una quantità industriale di buon cibo.

6 agosto
Stamattina visita alla scuola di Abu Hindi, piccolo villaggio beduino in una valle caldissima, dimenticata da Dio ma non dai coloni, che la assediano con le loro case. La scuola è piccolina, ma è l’orgoglio della comunità.
Poi una bella scarpinata sotto al sole, per visitare l’antico e monumentale monastero di Mar Saba, risalente al V secolo d.C.
E’ una maestosa costruzione in pietra calcarea chiara, dello stesso colore del deserto della Cisgiordania. Peccato che le donne non possano entrare!
Per pranzo siamo ospitati da alcune donne che vivono nel villaggio di Artas… Pane buonissimo, pollo speciale!
Nel pomeriggio, dopo l’immancabile rito del caffè al cardamomo e del te alla menta, ci spostiamo per vedere con i nostri occhi un piccolo villaggio palestinese rimasto “incastrato” tra le pieghe assurde che il muro di separazione disegna in Cisgiordania. Ogni giorno gli uomini attraversano a piedi il check point per andare a lavorare -come muratori, contadini, manovali- in Israele. E ogni sera tornano indietro, a centinaia, facendo il percorso inverso verso le loro case. Situazione straniante, assurda.

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