In tempi di guerra, occorre parlare di pace. Ma come farlo con i piccoli alunni? Come spiegare loro le immagini di questi conflitti vicini e attuali che vedono in televisione, ma di cui non parlano i libri? Da Soave, bella cittadina in prossimità di Verona, grazie alla sensibilità di una maestra, i bambini scrivono ai loro coetanei gazawi

Non è facile parlare di pace rifuggendo dai luoghi comuni, soprattutto con i bambini d’oggi che guardano con occhi attenti il mondo lacerato da guerre e conflitti. Spesso il modo migliore per affrontare temi difficili, dolorosi ma ineludibili come la guerra, la povertà, i diritti violati, è raccontare storie vere, riflettere sul comportamento delle persone, condividere piccoli gesti di solidarietà verso chi soffre.

Per questo, all’inizio dell’anno scolastico, ho proposto a colleghe e alunni della mia scuola un’esperienza didattica dal titolo “Cominciamo con la Pace”, nata grazie al felice scambio in rete con Emanuela Bussolati, illustratrice di libri per bambini. La nostra amica aveva raccolto l’invito del Tamer Institute for Community Education, rivolto agli illustratori e agli autori italiani di letteratura per l’infanzia, a donare ai bambini palestinesi illustrazioni, storie, poesie sul tema “Una vita immaginata”, per sostenerli e aiutarli a superare la disperazione e immaginare una vita serena e dignitosa. A scuola abbiamo osservato il suo bellissimo disegno: una bambina dai capelli verdi costellati di giochi e sogni, realizzato per i bambini di Gaza dopo i bombardamenti dell’agosto scorso.

La ricerca sulla carta geografica dei Paesi dove vi sono guerre in atto, la lettura delle notizie sui giornali e il dialogo sulle cause e le conseguenze dei conflitti sono stati i momenti più significativi di un percorso concreto di educazione alla pace. Al termine dello studio, abbiamo proposto agli alunni di scrivere e illustrare alcune cartoline da inviare a coetanei, vittime di guerre in varie zone del mondo, attraverso alcune ong impegnate in Palestina, Ucraina, Afghanistan, Iran, Iraq, Libia, Siria, Sud Sudan, Nigeria, Somalia, Pakistan.

Dai bambini sono scaturiti pensieri di una semplicità disarmante:
«Abbi fiducia in te stesso. Costruisci la pace» (Cesare)
«Finiamola con le guerre, chiediamo insieme un mondo migliore» (Nicole)
«Com’è bella la pace!» (Zeno)
«Fidati di te e non avere paura» (Giacomo)
«Con questo disegno ti auguro pace e amore» (Benedetta)
«Non rattristarti, c’è ancora una speranza. Ti voglio bene» (Riccardo)
«Mi chiamo Caterina, anche se non vi conosco, per me siete amici» (Caterina)
«Io ti auguro una buona vita» (Federica)

Un lungo striscione con la parola “pace”, scritta nelle diverse lingue parlate dagli alunni, è stato esposto a scuola accanto alle cartoline, appese a fili tesi da un albero all’altro del cortile quasi a formare un grande abbraccio. Purtroppo non senza qualche polemica, perché non tutti sono pronti ad avere il coraggio di dare spazio alla pace, confrontarsi, esprimere chiaramente ciò che pensano.

I lavori della mia classe, la III A, erano partiti in aereo insieme a Barbara Archetti, dell’associazione Vento di Terra, con destinazione scolari e maestre di una scuola distrutta a Gaza, che era stata un gioiello di architettura consapevole e rispettosa del territorio, fulcro di una intera comunità e punto di riferimento per l’intero villaggio: il Centro per l’infanzia “La terra dei bambini”. Quando abbiamo saputo che i nostri messaggi erano stati recapitati ai compagni lontani, in classe è scoppiato un lungo applauso. «I vostri lavori – ci ha scritto Barbara – sono arrivati a destinazione! Consegnati ieri con grande emozione alle maestre… Abbiamo letto e tradotto ogni singola parola, le maestre si sono soffermate ammirate su ogni singolo disegno… Ora stiamo preparando da qui una sorpresa per voi. Le insegnanti hanno mostrato le cartoline ai bambini: “Cosa vedi nel disegno?”… “Un albero, un sole, una bambina che gioca…”; tante riflessioni (soprattutto quando una classe intera si alza per vedere i dettagli dell’unica cartolina in cui la guerra è disegnata proprio come la vedono loro) e tanti colori. “L’arcobaleno della pace è per voi, per tutti i bimbi della vostra meravigliosa scuola!”».

Ricominciamo a fare scuola da un’educazione alla cittadinanza attiva fondata su percorsi di conoscenza reciproca e di accoglienza delle differenze poiché, come scrive Emanuela, «la pace non è cosa scientifica. Come nel caso del coraggio, la sua qualità non è nella negazione del suo contrario ma nella capacità di gestirlo e governarlo, con attenzione verso gli altri e verso sé stessi».

di Luciana Bertinato, insegnante scuola primaria
articolo tratto da COMBONIFEM

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