Per circa 150 bambini siriani fuggiti da una delle più atroci guerre civili del nostro tempo, andare a scuola significa entrare in una tenda, senza tavoli e sedie, sedersi per terra e aspettare che arrivi il maestro. Un unico maestro per tutte le materie.

E’ tempo di lezioni anche in Giordania. Anzi, a dire il vero, la scuola non si è mai fermata, nemmeno durante il caldo estivo tra i banchi insoliti dei campi di Al Mafraq.

La storia di questi bambini inizia da lontano, dal confine che hanno attraversato a nord di Amman per portare in salvo le proprie vite, insieme alle famiglie. Nei loro villaggi di origine frequentavano la scuola regolarmente, ma in Giordania questo non è più possibile. I più grandicelli, dai 10 anni in su, devono iniziare presto a lavorare. Incarichi in nero spesso come braccianti perché le famiglie sono poverissime e anche loro devono contribuire. Per molti altri, ancora piccoli, non è invece possibile essere accolti nelle classi ordinarie degli istituti pubblici all’interno dei percorsi formativi governativi. Il numero di profughi in continuo aumento non permette alle strutture statali, sempre più allo stremo, di dare adeguata risposta ai tanti bisogni di chi arriva e continua ad arrivare nei mesi.

Nasce così l’idea di creare e inventare negli accampamenti di Al Mafraq la scuola che non esiste. Grazie a due educatrici professionali, un supporto scolastico informale viene offerto tutti i giorni per quattro ore. Si studia matematica, ma soprattutto la lingua araba, scritta e parlata. I genitori temono che quando i loro figli potranno tornare finalmente in una scuola vera saranno svantaggiati rispetto ai coetanei, perché questa guerra gli avrà fatto perdere mesi e anni preziosi di formazione. Le ore di scuola sono così dense di studio ma anche momenti preziosi per far raccontare ai bambini la loro esperienza e storia. Per provare a verbalizzare ed esprimere il trauma del conflitto, dell’aver perso la propria casa, dell’essere arrivati in un Paese non loro dal quale temono di essere nuovamente cacciati, verso non si sa dove. E così al posto dei conti e dei numeri, si prova anche a disegnare, per esprimere con i colori il garbuglio di sentimenti che portano dentro.

Raccogliendo il grido di queste famiglie che accusano il mondo di averli lasciati soli e di aver girato lo sguardo di fronte a una delle stragi più atroci della nostra storia, Vento di Terra, con i suoi operatori, prova nel piccolo di queste comunità a fare qualcosa. Per non cadere nell’indifferenza e per ricordare che i diritti, se universali, devono essere davvero per tutti.

Taggato con: , , , ,