Vento di Terra ONG ha operato in Afghanistan tra il 2013 e il 2015. Vi era giunta concordando il percorso con l’Ambasciata, con l’intento di sviluppare le esperienze maturate in Palestina con la costruzione di scuole primarie in architettura bioclimatica. VdT realizzò i suo primo progetto nel Governatorato di Herat, sostenendo la locale lavorazione della seta e partecipando ad un intervento che coinvolge tuttora 2000 donne in stato di difficoltà. La situazione rispetto alla sicurezza appariva preoccupante, ma fu possibile definire una strategia efficace grazie alla collaborazione del personale dell’Ambasciata e della sede UTL di Herat.

Il progetto ebbe un ottimo esito e si aprirono prospettive per ampliare l’intervento nel paese. Il nostro partner diede prova di capacità, professionalità, affidabilità e nell’agosto 2014 fu possibile realizzare un seminario in loco sulla tintura naturale della seta, coinvolgendo un’esperta italiana. Si trattava di mettere le lavoratrici in condizione di vendere il loro prodotto nel mercato equo e solidale europeo. Con la collaborazione dell’Ambasciata fu inoltre possibile partecipare nel settembre successivo alla Fiera equo solidale di Ferrara con uno stand d’artigianato dedicato. Alla fiera partecipò il Dr. Ghafoori, presidente della ONG partner RAADA (Rehabilitation Association and Agriculture Development for Afghanistan).

Il clima cambiò drasticamente l’anno successivo. Nonostante la conferma dell’impegno a sostenere il Governo Ghani da parte del nostro paese e il mantenimento del contingente militare, la sede UTL ad Herat veniva chiusa. Si tratta di un compound enorme, con una capienza di una cinquantina di posti letto, uffici, attrezzature, veicoli blindati, completato appena qualche anno prima. La cooperazione veniva in sostanza smantellata, dando alle comunità locali un messaggio non incoraggiante sulle prospettive del sostegno internazionale. Un atteggiamento poco comprensibile a fronte dei miliardi investiti dal nostro paese a partire dal 2011 per le missioni militari, degli impegni presi, della delicatezza del quadro locale.

Un atteggiamento che mostrava ripercussioni sugli orientamenti della neonata Agenzia Cooperazione Italiana allo Sviluppo. Nel bando 2016 l’Afghanistan appariva in prima istanza come paese prioritario, per venire cancellato per “ragioni di sicurezza” nella fase successiva. Le Ong operanti nel paese venivano poste in una situazione poco sostenibile. Avevano seminato aspettative tra i beneficiari, rischiato in proprio per realizzare lo studio di fattibilità, investito tempo e fondi per presentare il draft, per poi scoprire che l’Afghanistan non era più eleggibile.

La delusione più cocente giungeva da parte afghana. La presenza militare senza un intervento umanitario rischiava di venire percepita come pura occupazione, e i nostri partner tacciati di collaborazionismo. Se in assenza di una presa di posizione, l’impegno del nostro paese rimaneva valido, tale impegno veniva messo in discussione dalla smobilitazione delle strutture logistiche e della cooperazione. In tale mutato quadro, VdT cercava di mantenere a distanza i contatti con la rete locale e di seguire gli sviluppi dei progetti sul campo. Si individuavano la promozione dei prodotti afghani, la partecipazione a fiere di settore, la formazione in Italia di personale qualificato quali strumenti per mantenere viva la relazione, in attesa di un rilancio.

Grazie ad un accordo con il Master in Cooperazione dell’Università di Pavia, diveniva possibile fare concorrere per le borse di studio due allievi afghani. Nel giugno 2016 al Dr. Waheed Saghary veniva assegnato uno dei sussidi per la sessione 2016-17. Assieme a lui, Abdullah Qambary, studente di Kabul. Waheed era un giovane e brillante progettista laureato all’Università di Herat, che dal 2013 collaborava con la sede di VdT alla progettazione. Aveva inoltre seguito con ottimi risultati gli interventi sul campo. Con una lettera di presentazione di VdT e dell’Università di Pavia a firma del direttore Prof. Gianni Vaggi, il Dr. Saghari iniziò la complessa procedura per la richiesta del visto. Fu necessario comprovare la solidità economica della sua famiglia, presentare una dichiarazione di responsabilità da parte nostra e compilare infiniti format in italiano, attività nella quale fu coadiuvato dalla nostra sede.

Il 20 di ottobre il Dr. Saghari si trovava su nostra indicazione a Kabul, in compagnia di Abdullah Qambary, in attesa del rilascio del visto. Il giorno prima della partenza ricevettero la seguente comunicazione, a firma del Dr. Ugo Ferrero, dirigente del Consolato italiano:
“I have read carefully your e-mail and, to be honest, thought a lot about your case before taking a decision. Unfortunately our parameters have become so rigorous due to the fact that many Afghan students have not returned back after getting our confidence. Just yesterday we got evidence that two more have escaped. Obviously we do not make generalizations and analyze each case carefully, but we do have to take into consideration the general context.
I wish you all the best for your studies.
With my warm regards,
Ugo Ferrero”.

Si è trattato di un esito sorprendente, che ha invalidato mesi di lavoro e dimostrava di non tenere in minima considerazione il coinvolgimento di Vento di Terra, dell’Università di Pavia e le potenzialità del progetto di formazione. Il Dr. Saghari era stato indotto da noi a seguire i cavillosi passaggi della procedura, ad assumersi le spese relative, a sobbarcarsi i costi di prenotazione del volo e del viaggio da Herat e infine a interrompere la sua attività professionale per i dieci giorni trascorsi nella capitale.

In seguito, nel quadro di un progetto finanziato dalla Ong britannica Cristian Aid, Raada otteneva un finanziamento per sviluppare il lavoro iniziato in Italia nel 2014. Il progetto prevedeva la gestione di uno stand alla fiera Tuttaunaltracosa, prevista a Milano nel settembre 2017 e una missione in Italia del Dr. Nazir Ghafoori. Predisposti i documenti e definita l’organizzazione generale, il 22 giugno sul sito dell’Ambasciata di Kabul appariva una comunicazione relativa alla sospensione temporanea dei visti (http://www.ambkabul.esteri.it/ambasciata_kabul/it/). Nelle settimane successive l’aggettivo “temporaneo” diveniva più improbabile e realizzavamo che l’ufficio visti nella capitale era stato chiuso.

A questo punto crediamo doveroso chiedere al mondo politico italiano di dare una risposta chiara sul futuro dell’intervento del nostro paese in Afghanistan. Se si intenda lasciare gli afghani al loro destino, lo si espliciti e il danno sarà minore che continuare ad alimentare aspettative e spendere denaro pubblico per una missione senza prospettive. Se altresì l’Italia ha intenzione di riprendere il percorso intrapreso 16 anni or sono, appare necessario renderlo palese.

Per Vento di Terra Ong
Dr. Massimo Annibale Rossi